Méthodos – Laboratorio per l’attore

Méthodos – LABORATORIO PER L’ATTORE

Condotto da Gabriele Calindri

Durata: 32 ore in otto incontri di 4 ore

 

Sommario della struttura degli  incontri

  1. Fase preparatoria, stimolazione sensoriale e lavori collettivi per disinquinarci dalla vita di tutti i giorni.
  2. Attività fisica. Come diceva un grande teatrante “tutti gli esercizi fisici, in un certo senso, sono esercizi spirituali per l’attore”. Uno degli obiettivi è preparare o almeno indicare una strada possibile per preparare gli attori affinché si possa creare una diversa architettura corporea, più elastica, panoramica, disponibile, curiosa, affinando l’ascolto verso sé stessi e gli altri.
  3. Lavoro sui testi che verranno proposti con largo anticipo ai partecipanti o che saranno scelti dagli stessi.
  4. Come mettere l’improvvisazione al servizio di una futura partitura del testo da recitare, che sia un monologo o un dialogo.
  5. Improvvisazione intesa non come “qualsiasi cosa” ma come sostegno dell’imprevisto a beneficio della concretezza scenica.
  6. Esercizi mirati a far lavorare gli attori sui propri testi in modo attivo, senza pendere dalle labbra di chi dirige e stimolando una relativa autonomia artistica.

L’andamento dipenderà dall’incontro con il gruppo di lavoro, dal linguaggio comune che in breve dovremo sviluppare tra di noi, dall’empatia reciproca e infine dal lavoro a casa che le varie persone si troveranno in forma di compiti con lo scopo di mantenere il filo anche nei giorni in cui non ci vediamo.

 

 


METODO

Ricerca, Indagine

Il metodo è qualcosa che illumina e che nasconde al tempo stesso.
Se è genuino illumina, se nasce da una mistificazione, da un calcolo dettato da interessi, acceca.
Spesso la preoccupazione maggiore per un attore o un’attrice  è presentarsi al mondo con qualcosa di concreto, una scuola, un metodo, un maestro, per l’appunto.
Ma è già partire col piede sbagliato. La preoccupazione non deve essere “mostrare” qualcosa, ma essere autonomi e credibili.
L’attore è uno specialista della trasformazione, perché deve essere in grado di passare continuamente da uno stato all’altro.
Si potrebbe definire attore colui che rende visibile i percorsi invisibili: quelli mentali, interiori, allucinanti, deliranti,  piacevoli e odiosi dei vari personaggi che interpreta.
Quindi si può dire che la sua “missione” è rendere percepibile sensorialmente tutte queste possibilità a coloro che guardano.
Tutto questo ci invita ad iniziare il nostro cammino dal corpo, strumento che l’attore non dovrebbe mai smettere di studiare e osservare.
Il corpo è il contenitore, il nido, all’interno del quale tutto nasce  per manifestare i vari stati d’animo, grazie alla voce, ai movimenti, agli impulsi, agli sguardi, etc.
E’ da qui che partiamo, preparare un corpo artistico, al fine di avere un relativo controllo sulle proprie capacità tecniche e non esserne completamente succubi.
Non è importante come si chiama una tecnica, un metodo, o da dove questi arrivino. Quello che conta è che funzioni, che renda credibile quello su cui lavoriamo, sia soltanto una scena, un monologo o uno spettacolo intero.
Quando lavoro, studio, e metto in relazione le cose che vedo e osservo, sono già nel metodo. Il mio metodo.

 

NOTE  DI LAVORO

In poche ore si possono fare tante cose, ma  che alcune di queste attecchiscano nel terreno dei vari partecipanti non è scontato.
Lavorare insieme, permette però di organizzare una serie di esercizi e di approfondimenti sui quali poi discutere e che ci invitano a saperne di più.
Questo è l’obiettivo: creare un germe.
Qualcosa di organico che poi, tempo e fastidi  permettendo, chiunque può studiare con maggiore cura
Quando si parla di tecnica dell’attore, di cosa parliamo? Cos’è la tecnica?
In antichità, tecnica voleva dire “saper fare”.
Dominare il proprio sapere tecnico e non esserne dominati è il nostro principale scopo, affinché si possa essere decisi, credibili e, soprattutto, vivi in scena.
Se penso alle battute da dire, se penso a dove devo andare nello spazio scenico, se penso al pubblico come a un tribunale o, al contrario, come a un rifugio, sono comunque inquinato, distorto.
Per avere il piacere di recitare senza disturbi devo allenarmi  a non giudicarmi, a privilegiare la creatività.
Devo praticare quello che alcuni grandi studiosi di teatro hanno chiamato l’utilizzazione extra quotidiana del corpo e della mente.
E’ questa che noi chiamiamo tecnica. Creare un corpo scenico, una mente scenica.
“Praticare delle regole semplici da non tradire mai.” Come diceva Louis Jouvet
Lavori collettivi e individuali sul corpo, la voce, la presenza scenica, il gusto di favorire una nuova architettura espressiva, spesso attraverso il gioco, saranno alla base di queste ore che ci aspettano.

Giocando seriamente.

PERCHE’ SIAMO QUI

“Perché siamo qui”, non si deve intendere necessariamente come una domanda.

 PERCHE’: E’ una parola che utilizziamo decine e decine di volte al giorno.
Da bambini è stata una delle nostre chiavi per aprire e sviluppare la biblioteca del nostro sapere. Dovrebbe essere, ancora oggi, la parola che ci accompagna qualunque cosa facciamo.
La curiosità fa parte dell’arsenale che abbiamo a disposizione per acquisire informazioni, per saperne di più
Crescendo, conoscendo, imparando e faticando posso commettere l’ingenuità di illudermi di sapere abbastanza, almeno per alcuni terreni che sono solito calpestare. Ed ecco, che per magia, appena mi domando onestamente il perché di una certa cosa, mi accorgo di non avere risposta.
Secondo i Cechov, zio e nipote, la curiosità e il domandarsi sempre il perché delle cose faceva parte della base di un vero ricercatore.
L’oro non si trova solo viaggiando.
In quel caso si diventa attori turisti. Cioè attori che fanno un po’ tutto, vanno da un luogo all’altro,  ma sempre superficialmente, che fanno foto invece di “vivere” il luogo che stanno visitando e che girano in continuazione, senza radici.
Bisogna scavare, penetrare il terreno e cercare, nonostante la stanchezza, di essere lì, presente, al momento della possibile scoperta.

 SIAMO : Vivi. Innanzitutto. Ma cosa… siamo? Abbiamo studiato, scelto, intrapreso lavori, acquisito personalità e professionalità. Tuttavia possiamo sapere quasi tutto della geografia o della matematica, ma appena siamo certi di essere soddisfatti di quanto sappiamo su noi stessi, ecco che succede qualcosa che ci destabilizza. Positivamente, negativamente, sorprendentemente. Piango, rido, amo, mi irrito, perdo la ragione, sono contento, sono ansioso, sono tranquillo, ho paura, mi sento invincibile, ottimista, pessimista…
Magari tutto in una giornata. Sappiamo forse molto. Ma non si finisce mai.
Ed è meraviglioso.
Secondo molte tradizioni, che Stanislaskij prima, M. Cechov dopo e Grotowskj un po’ più in là, hanno attentamente studiato nella teoria e nella pratica, individualmente e con attori disposti a studiare “parallelamente” al teatro, l’essere umano trascorre la propria esistenza sfruttando una percentuale minima delle proprie possibilità.
Se a grandi linee possiamo accettare l’idea che l’uomo e la donna abbiano tre parti fondamentali che li sostengono e permettono loro di evolversi, (intelletto, sentimento e corpo), è altresì vero che nessuna di queste tre inimitabili proprietà raggiunge, normalmente, nell’arco di un’intera esistenza,  un terzo delle sue possibilità.
Sempre a grandi linee, l’armonia e il collegamento tra queste tre parti dovrebbe garantire il minimo equilibrio necessario per un atteggiamento sano e positivo verso la nostra esistenza.
La questione che si sono posti i grandi ricercatori del teatro è stata quella di “sperimentare” direttamente e non attraverso i libri, quanto queste tre parti siano effettivamente in collegamento, e quanto sia possibile collegarle.
Vi sono infinite combinazioni. Persone che hanno sviluppato più una parte rispetto alle altre due. Che hanno magari un corpo “spento” e un intelletto attivissimo e sviluppatissimo, o il contrario, e così via.
E poi… queste tre proprietà… Sappiamo come si attivano, come sono operative e quanto si disturbino o collaborino tra loro?
La volontà può intervenire per farci assumere il relativo comando di almeno una di queste parti?
Può, l’organicità, intendersi come un lavoro simultaneo di queste componenti, che permette all’essere umano di essere, pur con i suoi limiti, vivo e presente a se stesso?
Posso comandare il sentimento? Conosco bene il mio corpo?
Possiamo intuire che sentimento ed intelletto facciano comunque parte del nostro “involucro”, e che, in qualche modo, ne siano influenzati.
Tutte queste cose le scriviamo per stimolare una domanda. Siamo cosa?
E l’invito è di non smettere mai di osservare i miei compagni mentre sono al lavoro.
Steiner sosteneva che se una persona va in un posto qualsiasi, un bar, un parco, una chiesa, una piazza, tutti i giorni e rimane almeno qualche minuto, in silenzio con se stesso, dopo un certo tempo quel luogo “entra” nell’intimo di quella persona. Si crea un’empatia naturale e indissolubile.
Anche il lavoro dell’altro, può entrare in noi ed aiutarci a comprendere, non a capire, a comprendere, un po’ di più, di cosa siamo fatti.

QUI : Una parolina che può aprire molti orizzonti. Qui, adesso, ora, in questo preciso momento.
Ma anche qui, su questo pianeta, in questa vita, a Milano, a Parigi o Caracas.
Non c’è scampo. Posso volare con l’immaginazione. Ma sono sempre qui
Qui, inteso anche come l’attimo dell’atto creativo. L’azione scenica.
L’occasione imperdibile di rivelare una parte di me, di vivere decine di volte quell’attimo e plasmarlo, espandendone la densità.
Come uno scultore che lavora per anni per immortalare quell’attimo in cui la sua creatura rivela qualcosa. Un codice, una postura che trasmetta un messaggio, un’emozione, un peccato, un abbandono, un dolore, una gioia…
L’aspirazione è approfittare sempre di ogni momento.

Qui.

Dove siamo.

E ci domandiamo perché.

 

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